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La Diagnosi Genetica Preimpianto (PGD)

 

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Diagnosi genetica preimpianto mediante screening delle aneuploidie cromosomiche

Un'applicazione della PGD che, allo stato attuale, annovera una casistica notevole, riguarda la diagnosi delle aneuploidie. Lo studio dell'assetto cromosomico degli embrioni per il trattamento delle pazienti che accedono alle tecniche di PMA di età avanzata è stato applicato nel tentativo di incrementare le percentuali di gravidanza evolutiva in gruppi di pazienti caratterizzati da una performance riproduttiva ridotta e/o per ridurre l’incidenza di aborti, ed anche ridurre il rischio di trasferire embrioni con alterazioni cromosomiche (Wilton, 2002).
In questo modo la selezione degli embrioni da trasferire nell’utero della paziente si basa non solo sull’aspetto morfologico degli stessi ma anche sul loro assetto cromosomico, che riflette la loro possibilità di dare origine ad una gravidanza a termine.

E’ noto infatti che l’incidenza di anomalie cromosomiche è direttamente proporzionale all’età materna. Nel caso di pazienti con età materna superiore o uguale a 36 anni, l’incidenza di embrioni aneuploidi aumenta proporzionalmente all’età della donna, con valori che vanno dal 63% tra i 36 - 37 anni di età ed arrivano all’81% in età più avanzata. Questi dati suggeriscono che la riduzione della potenzialità riproduttiva con il progredire dell’età possa essere attribuita all’elevata percentuale di embrioni con alterazioni cromosomiche. Si è quindi formulata l’ipotesi che la tendenza a produrre embrioni cromosomicamente anormali potesse rappresentare la causa del mancato impianto o di un aborto spontaneo, analogamente a quanto accade nelle donne in età riproduttiva avanzata.

Oltre alle suddette coppie, le cui partners femminili hanno compiuto 37 anni (appartenenti alla categoria cosiddetta di “età materna avanzata” o Advanced Maternal Age), possono beneficiare di tale procedura anche pazienti che hanno avuto un fallimento in tre o più cicli di trattamento FIVET o ICSI, pur avendo eseguito un trasferimento di embrioni considerati potenzialmente in grado di dare origine ad una gravidanza (appartenenti alla categoria cosiddetta di “ripetuti fallimenti d’impianto” o Repeated Implantation Failure) (Munne’ et al., 2002); oppure pazienti nella cui storia riproduttiva sono presenti due o più aborti spontanei (appartenenti alla categoria cosiddetta di “abortività ricorrente” o Repeated Miscarriages) (Rubio et al., 2003), non dovuti a cause “meccaniche” quali patologie dell’ utero (fibromi, malformazioni congenite etc.). Un’altra applicazione che ha trovato ampia diffusione è stata quella di offrire la PGD a coppie che già avevano avuto un figlio portatore di un’anomalia cromosomica, per evitare il ripetersi dell’evento. La PGD può rappresentare un’opzione anche per pazienti con un cariotipo alterato a causa della presenza di linee cellulari a mosaico a carico dei cromosomi sessuali o gonosomi. Più recentemente, le indicazioni sono state estese anche a pazienti azoospermici che devono ricorrere al prelievo di spermatozoi dalle vie seminali mediante le tecniche microchirurgiche di MESA e TESE e che hanno fallito almeno un ciclo ICSI in precedenza.

Il ricorso alla PGD per lo screening delle aneuploidie è in costante crescita. I dati europei riportano l’esecuzione di oltre 2.000 cicli annui, e negli ultimi due anni (raccolta dati relativa agli anni 2002 e 2003) (Harper et al., 2006; Sermon et al., 2007) è stata riportata una casistica 2 volte superiore rispetto a quella totale relativa a primi anni di applicazione della tecnica.

 

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