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Screening di polimorfismi
genetici associati al metabolismo dei nutrienti
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La nutrigenetica
Le scoperte più recenti sul
genoma umano ci forniscono gli strumenti e le basi per comprendere i meccanismi
molecolari attraverso i quali singoli geni, o loro combinazioni, rispondono ai
cambiamenti nella dieta e nello stile di vita (esposizione al fumo di sigaretta,
consumo di alcol ecc.), rendendo un individuo particolarmente sensibile a
contrarre un certo tipo di patologia e di far luce sui meccanismi tramite i
quali la dieta, influenzando l’espressione genica, può esercitare un effetto
protettivo. In definitiva le potenzialità offerte da questo nuovo approccio ci
introducono in una nuova era della scienza della nutrizione, la nutrigenetica.
La nutrigenetica riguarda l’identificazione delle
variazioni genetiche nell’uomo che causano differenze nella risposta
fenotipica alle molecole introdotte con la dieta, con l’obiettivo di valutare
i rischi e i benefici per l’individuo di determinate componenti della dieta.
In termini pratici, con la nutrigenetica è possibile sviluppare una nutrizione
personalizzata alla costituzione genetica dell’individuo, tenendo conto della
variabilità dei geni coinvolti nel metabolismo del nutriente e del suo
bersaglio.
La nutrigenetica può avvalersi di potenti strumenti in
grado di fornire informazioni specifiche, individuali e precoci, rispetto ai
tradizionali sistemi diagnostici, sul ruolo preventivo svolto dai nutrienti.
Sono state messe a punto tecniche bio-molecolari per caratterizzare i geni e
chiarire le interazioni tra questi e i nutrienti.
Le basi concettuali di questa nuova branca possono essere
riassunte nei seguenti punti:
Ø
i composti introdotti con la dieta possono esercitare a livello
del genoma umano effetti diretti o indiretti, alterando l’espressione e/o la
struttura dei geni;
Ø
la dieta può rappresentare un fattore di rischio o uno strumento
di prevenzione per le patologie degenerative;
Ø
il grado in cui la dieta può influenzare il bilancio
salute/malattia dipende dal corredo genetico di ciascun individuo;
Ø
un intervento nutrizionale basato sulla conoscenza del genotipo e
dello stato di nutrizione dell’individuo può essere usato per prevenire o
curare le patologie.
La medicina predittiva
Il progetto genoma umano ha consegnato
alla comunità scientifica internazionale una sequenza genetica di tre miliardi
di paia di basi condivisa al 99,9% da tutti gli individui. Le differenze fra
individui sono costituite per la maggior parte da polimorfismi nucleotidici, ovvero cambiamenti di una singola
base nel DNA.
In campo medico, le nuove conoscenze sul Genoma Umano hanno
permesso il consolidarsi di una nuova dimensione molecolare della medicina, in
particolare di un settore definito come “Medicina Predittiva”, ovvero una
medicina, che basandosi sulle informazioni ricavabili dalla costituzione
genetica di un individuo, possa anticipare una stima del rischio di quest’ultimo
di sviluppare una determinata patologia durante il corso della vita.
L’interesse per la componente
genetica della suscettibilità a malattie complesse sta assumendo sempre più
importanza nella medicina moderna, in quanto si sta mettendo in evidenza il
ruolo di alcuni polimorfismi genetici relativamente comuni, ma che se associati
tra loro e combinati con specifiche componenti ambientali, possono elevare
notevolmente il rischio di sviluppare patologie diffuse nella società
industriale.
La nutrizione
personalizzata
Con la nutrigenetica, il concetto di medicina «personalizzata» viene
esteso all’area della nutrizione. La variabilità genetica individuale,
determinando come i nutrienti vengono assimilati, metabolizzati, accumulati e in
fine escreti, è alla base della peculiarità di ciascuno nel rispondere alle
molecole introdotte nell’organismo e, in generale, agli stili alimentari e di
vita.
Senza dubbio però la più
affascinante delle opportunità che si aprono nel campo della nutrigenetica
è lo sviluppo, partendo dalle differenze genetiche individuali, di una «nutrizione
personalizzata», allo scopo di ottenere una effettiva terapia dietetica «salutare»
in grado di prevenire o ritardare l’insorgenza di patologie correlate
all’alimentazione, per singoli individui o per particolari sottogruppi.
Interazione gene-dieta
Il concetto che le conoscenze sulle richieste nutrizionali, lo stato di
nutrizione e il genotipo di un individuo o di un sottogruppo di popolazione
possano essere usate per la prevenzione e la cura di alcune patologie risulta di
facile e immediata comprensione per quanto riguarda situazioni come le carenze
nutrizionali, ma certamente meno ovvio per un gruppo di circa 50 malattie
genetiche umane causate dalla presenza di varianti in geni che codificano per
enzimi coinvolti in specifiche vie metaboliche. Ciascuno dei nostri geni
possiede circa 10 differenze nel suo «codice» rispetto al «gene standard»,
queste deviazioni vengono chiamate «polimorfismi » (SNPs= single gene
polymorphisms) e le varianti che ne conseguono «alleli». È ovvio che,
vista la relativa alta frequenza con cui tali mutazioni ricorrono nel genoma,
non tutti i polimorfismi causano gravi implicazioni per la salute, la maggior
parte di essi esibisce invece solo un lieve effetto sulla funzionalità della
proteina per cui codifica. Le differenze individuali che ne risultano possono
spiegare perché non tutti reagiamo in modo identico alle varie sollecitazioni e
la nutrigenomica descrive appunto i cambiamenti nell’espressione genica in
seguito a uno specifico intervento nutrizionale. Le molecole che introduciamo
con la dieta possono modulare aspetti specifici della fisiologia cellulare,
agendo da ligandi per i recettori dei fattori di trascrizione, alterando le
concentrazioni di substrati e metaboliti e, tramite interazioni a livello degli
acidi nucleici, influenzando specifiche vie di traduzione del segnale.
Il test genetico
Il test si basa sull’analisi di 50
polimorfismi genetici, localizzati su 36 geni, che esercitano un importante
ruolo nei processi di detossificazione, nel processo infiammatorio,
nell’attività antiossidante, nella sensibilità all’insulina, nello stato
di salute del cuore e delle ossa.
Elenco dei geni investigati e delle
varianti genetiche studiate
|
Gene
analizzato
|
Varianti
genetiche studiate
|
Ruolo
del gene nell’insorgenza delle patologie cardiovascolari
|
|
APOA1
|
-75
G>A
|
METABOLISMO
DEI LIPIDI
|
|
Apo B
|
R3500Q
|
|
APOC3
|
T3175G
|
|
T3206G
|
|
APO E
|
Cys112Arg
|
|
Arg158Cys
|
|
CETP
|
G279A
|
|
G1533A
|
|
GJA4
(CX37)
|
Pro319Ser
|
|
HMGCR
|
-911
C-A
|
|
LPL
|
C1595G
|
|
MMP3
|
-1171
5A>6A
|
|
NOS3
|
-786
T>C
|
|
Glu298Asp
|
|
VNTR
introne 4
|
|
PON1
|
Gln192Arg
|
|
SREBF2
|
Gly595Ala
|
|
ADRA2B
|
Ins>Del Codon
299
|
METABOLISMO
E OBESITA’
|
|
ADRB1
|
Gly389Arg
|
|
ADRB2
|
Gly16Arg
|
|
Gln27Glu
|
|
ADRB3
|
Trp64Arg
|
|
NPY
|
Leu7Pro
|
|
PPARG
|
Pro12Ala
|
|
CBS
|
C699T
|
Metabolismo
dell’Omocisteina
|
|
T1080C
|
|
MTHFR
|
C677T
|
|
A1298C
|
|
MTR
|
A2756G
|
|
MTRR
|
A66G
|
|
ACT
|
-51
G-T
|
Risposta infiammatoria
|
|
IL-1B
|
-511
C-T
|
|
IL-6
|
G-634C
|
|
G-174C
|
|
IL-10
|
G-1082°
|
|
TNFα
|
-308
G-A
|
|
MnSOD
|
C(-28)T
|
Attività
antiossidante E DETOSSIFICAZIONE
|
|
T175C
|
|
SOD3
|
C760G
|
|
GSTP1
|
I105V
|
|
A114V
|
|
GSTM1
|
delezione
del gene
|
|
GSTT1
|
delezione
del gene
|
|
VDR
|
Fok1 (ATG
®ACG
codon 1)
|
metabolismo osseo e osteoporosi
|
|
BsmI
(A-G introne 8)
|
|
TaqI
(T-C esone 9)
|
|
COLIA1
|
Intr. 1 2046
G-T
|
|
CTR
|
Pro463Leu
|
|
ESR1
|
PvuII
(IVS1-397 T/C)
|
|
XbaI
(IVS1-351 A/G)
|
I lipidi sono i più studiati determinanti delle malattie cardiovascolari
e la comprensione dei meccanismi molecolari alla base dei disordini del
metabolismo lipidico è di grande importanza per la prevenzione delle malattie
cardiovascolari.
I geni coinvolti nella
regolazione del metabolismo lipidico finora identificati sono numerosissimi e
l’elenco non è ancora completo. Inoltre è noto che l’omeostasi del
metabolismo lipidico è regolata anche da diversi fattori ambientali non
genetici come abitudine al fumo di sigaretta, consumo di alcool, composizione
della dieta e attività fisica.
Sebbene allo stato attuale delle
conoscenze non sia possibile stabilire con precisione il contributo dei fattori
genetici e dei fattori ambientali nella etiologia delle dislipidemie, tuttavia
sono molto rari i casi in cui una dislipidemia si manifesti per effetto di una
alterazione genetica in assenza di un contesto ambientale predisponente, e anche
in questi casi i fattori ambientali sono comunque in grado di modulare la
severità del disordine metabolico e di influenzare l’età in cui questo si
manifesta.
Sotto il profilo della salute
pubblica la nutrizione è il fattore ambientale più importante che interagisce
con i nostri geni nel modulare la comparsa di disordini del metabolismo
lipidico. È noto che la concentrazione dei lipidi plasmatici è molto
influenzata dal contenuto di grassi saturi della dieta e che a livello di
popolazione le concentrazioni medie di colesterolo sono più elevate in quei
paesi che consumano diete ricche di grassi saturi e più basse nei paesi con
diete povere di grassi e ricche di vegetali e fibre. Tuttavia a livello
dell’individuo la variazione dei lipidi plasmatici in risposta a modifiche
dietetiche è variabile, alcuni soggetti rispondono molto bene, mentre altri
sono relativamente insensibili. In alcuni casi, livelli alti di colesterolo sono
stati osservati in correlazione a specifiche mutazioni geniche e le persone che
portano tali mutazioni rappresentano soggetti ad alto rischio di patologie
cardiovascolari.
Apolipoproteina A1 (APOA1): polimorfismo -75 G>A
L’apolipoproteina A1 (APOA1)
costituisce il maggiore componente proteico delle lipoproteine ad alta densità
(HDL, il cosiddetto colesterolo buono). Poiché APOA1 esercita un ruolo
importante nel trasporto inverso del colesterolo, bassi livelli sierici di
APOA1/HDL rappresentano un ben conosciuto fattore di rischio di patologie delle
arterie coronariche (CAD). Un frequente polimorfismo del gene APOA1 localizzatio
nella regione promotore, -75G>A,
modula l’espressione dell’apolipoproteina A1. Importanti interazioni tra
questo polimorfismo, abitudini dietetiche e livelli di HDL sono ben conosciute.
I portatori della variante allelica del polimorfismo -75G>A,
possono aumentare il loro livello sierico di HDL in risposta ad una maggiore
assunzione con la dieta di acidi grassi insaturi. Jeenah
(1990) Mol Biol Med 7, 233
Apolipoproteina B (Apo B): mutazione R3500Q
Le apolipoproteine sono delle proteine appartenenti ai complessi VLDL e
LDL (Very Low Density Lipoproteins e Low Density Lipoproteins) e sono
responsabili della solubilità dei lipidi nel sangue e del loro riassorbimento
nelle cellule. In particolare, l’apolipoproteina B-100 (Apo
B-100) è necessaria per la solubilità e il riassorbimento del colesterolo.
Il complesso Apo B-100-colesterolo viene riconosciuto dai recettori di membrana
LDL e quindi riassorbito nelle cellule. Il gene che codifica l’Apo B-100 è
soggetto a polimorfismi di cui, il più frequente (R3500Q),
provoca una diminuzione dell’affinità del legame Apo B-100-“recettore LDL
di membrana”. L’ Apo B-100 mutata resta libera nel sangue, causando un’ipercolesterolemia
ed un aumento del rischio di formazione di placche ostruttive. Inoltre la
mutazione di questa proteina è un importante fattore di rischio per lo sviluppo
dell’arteriosclerosi precoce e delle deficienze coronariche arteriose (coronary
artery disease, CAD). È stato dimostrato che il 3.5% dei casi di
ipercolesterolemia ha come causa primaria una mutazione sul gene dell’Apo
B-100. Questo tipo di mutazione è conosciuta clinicamente anche come Familial
Defective apolipoprotein B-100 (FDB).
Studi su pazienti con FDB hanno dimostrato che il loro livello di colesterolo è
mediamente di 8 mmol/l,
mentre il valore normale è minore di 5.2 mmol/l.
La mutazione di questo gene, che si trova sul cromosoma 2,
provoca nella proteina una sostituzione dell’aminoacido Arginina con una
Glutamina in posizione 3500 (R3500Q);
questo scambio fra aminoacidi ha come conseguenza un cambiamento della
conformazione della struttura terziaria dell’ Apo B-100, nella zona di
riconoscimento per il recettore LDL. La diminuzione di affinità fra Apo B-100 e
recettore LDL può essere superiore al 20% nei pazienti omozigoti. La prevalenza
di questa mutazione nella popolazione caucasica varia da 1:700 a 1:500. Soria
(1989) Proc Natl Acad Sci U S A 86, 587
Apolipoproteina C3 (APOC3): polimorfismi T3175G e T3206G
L'Apolipoproteina C3 (APOC3) esercita un ruolo importante nel metabolismo
dei lipidi, inibendo il metabolismo del triacil-glicerolo ad opera dell'enzima
lipoproteina-lipasi, con conseguente incremento del livello di trigliceridi (ipertrigliceridemia).
I polimorfismi T3175G e T3206G
del gene APOC3 sono associati ad un rischio 4 volte superiore di
ipertrigliceridemia e ad un elevato rischio di insorgenza di infarti,
arteriosclerosi e patologie cardiovascolari. (Newman
(2004) Eur J Hum Genet 12, 584;
Xu
CF et al (1994) Clin Genet. 46:385-97).
Apolipoproteina E (APO E): genotipizzazione alleli E2, E3, E4
Il gene APOE, è situato sul cromosoma 19 e codifica per l’ apolipoproteina
E (APOE), una proteina
plasmatica, coinvolta nel trasporto del colesterolo, che si lega alla proteina
amiloide. Sono presenti tre isoforme (conformazioni strutturali diverse della
stessa proteina) di ApoE: Apoε2, Apoε3 e Apoε4, che modulano
l’impatto della dieta sulla concentrazione dei lipidi plasmatici. Tali
isoforme sono i prodotti di 3 forme alleliche diverse (ε2, ε3, ε4),
determinate dal cambiamento
dell’amminoacido in due diverse posizioni (varianti Cys112Arg e Arg158Cys).
Le apolipoproteine svolgono un
ruolo fondamentale nel catabolismo delle lipoproteine ricche di trigliceridi e
colesterolo. L’APOE viene sintetizzata principalmente nel fegato ed ha la
funzione di trasportatore lipidico. E’ noto da tempo che elevati livelli di
colesterolo costituiscono uno dei maggiori fattori di rischio per le malattie
cardiovascolari. In particolare non
solo il livello di colesterolo totale ma anche il livelli relativi di HDL, LDL e
trigliceridi rivestono notevole importanza nella patogenesi delle malattie
vascolari. L’APOE è stato uno dei
primi marcatori genetici ad essere studiati come fattore di rischio per
l’infarto del miocardio. Studi effettuati su una ampia popolazione di pazienti
con infarto del miocardio e relativo gruppo di controllo hanno confermato dati
già presenti in letteratura dove l’allele
ε4 dell’APOE (APOE4)
era stato considerato un fattore di rischio genetico per le malattie
cardiovascolari. I portatori dell’allele 4 presentano infatti livelli
più elevati di colesterolo totale e LDL, in presenza di un’alimentazione
ricca in colesterolo, e quindi hanno un rischio maggiore di sviluppare patologie
cardiovascolari. Tuttavia questi soggetti sono anche quelli che rispondono
meglio quando sottoposti a diete con ridotto contenuto di grassi, mentre i
portatori delle varianti ApoE2 e 3 presentano risposte variabili. Weisgraber,
1981, J. Biol. Chem. 256: 9077-9083;
Rall,
1982, Proc. Nat. Acad. Sci. 79: 4696-4700;
Das,
1985, J. Biol. Chem. 260: 6240-6247; Paik,
1985, Proc. Nat. Acad. Sci. 82: 3445-3449.
Cholesterol ester transfer
protein (CETP): polimorfismi G279A e G1533A
Il CETP è coinvolto nel metabolismo dei lipidi, mediando lo
scambio di lipidi tra lipoproteine mediante il trasferimento di esteri del
colesterolo dalle HDL alle lipoproteine ricche di trigliceridi, con conseguente
riduzione dei livelli di HDL. Il polimorfismo dell’introne 1 del gene CETP
G279A aumenta le concentrazioni del CETP e riduce i livelli di HDL a favore di
LDL e VLDL. Un altro polimorfismo, G1533A, localizzato nell’esone 15 del gene
CETP, che determina la variazione
aminoacidica Arg->Gln a livello del codone 451, è anch’esso associato ad
una aumentata attività plasmatici della CETP. Ridotti livelli di HDL sono
associati ad un rischio aumentato di patologie cardiovascolari. Freeman
et al.(1990), Clin Sci.;79:575-581;
Kakko
et al. (1998) Atherosclerosis. 136(2):233-40
GAP JUNCTION PROTEIN ALPHA 4 (CONNESSINA 37): variante Pro319Ser
La Connesina 37 (CX37) costituisce un
importante fattore molecolare coinvolto nello sviluppo dei vasi
arteriosclerotici. La CX37 è espressa nelle cellule endoteliali ed è
codificata dal gene GJA4. Una variante aminoacidica a livello del codone 319
(Pro319Ser) di tale gene costituisce un marker prognostico per lo sviluppo di
placche arteriosclerotiche ed un marker di rischio genetico per
l’arteriosclerosi. Boerma
(1999) J Intern Med. Aug;246(2):211-8.
Idrossi-metil-glutaril-coenzima
A reduttasi (HMGCR): polimorfismo -911 C-A
L’ idrossi-metil-glutaril-coenzima A reduttasi (HMGCR)
è un gene che codifica per l’omonima proteina.
Questa è un enzima fondamentale per la sintesi del colesterolo. Si è
gia ricordato precedentemente che elevati livelli di colesterolo sono un fattore
di rischio per le malattie cardiovascolari, poiché predispongono alla
formazione delle lesioni aterosclerotiche. È interessante notare che data la
sua posizione strategica nella catena biosintetica che porta alla sintesi di
colesterolo, l’HMGCR è anche il target farmacologico delle statine, una
famiglia di farmaci che agisce
abbassando i livelli di colesterolo. Questo effetto viene ottenuto inibendo
l’azione enzimatica svolta dall’HMGCR. Sulla base di queste osservazioni è
stato studiato un polimorfismo nella regione promotrice del gene HMGCR in
posizione -911 che consiste nella sostituzione di una C (citosina) con una A (adenina).
Questo polimorfismo è stato studiato in una ampia coorte di pazienti
con infarto del miocardio e relativo gruppo di controllo. Il polimorfismo
è risultato essere associato ad un aumentato rischio di sviluppare l’infarto
del miocardio. In
particolare la presenza dell’A nel polimorfismo dell’HMGCR risultava
associato all’infarto in età giovanile. Licastro
Neurobiol Aging. 2006
Lipoproteina lipasi (LPL): polimorfismo C1595G
La lipoproteina lipasi (LPL) è un enzima coinvolto nel metabolismo
dei trigliceridi nelle lipoproteine circolanti. Questo enzima è sintetizzato
dalle cellule del tessuto adiposo e muscolare e dopo essere secreto è
trasportato sull’endotelio dei capillari, dove interagisce con le lipoproteine
ricche in trigliceridi. L’LPL
migliora l’assorbimento delle lipoproteine da parte del fegato e delle pareti
dei vasi sanguigni.
Il polimorfismo C1595G sembra
avere un ruolo benefico in quanto è stato associato con un rischio diminuito di
insorgenza di patologie cardiovascolari, ridotta pressione arteriosa e bassi
livelli di trigliceridi. (Kobayashi
et al., 1992 Biochem Biophys Res Commun. 15;182:70-7)
Metalloproteinasi di matrice 3 (MMP3): polimorfismo promotore -1171
5A>6A
Le metalloproteinasi sono una famiglia di enzimi importanti nel processo
di rimodellamento della matrice extracellulare e nell’irrigidimento età-dipendente
delle arterie, e quindi coinvolte nell’eziologia aterosclerotica e in
particolare nell’evoluzione delle placche.
Le placche
aterosclerotiche sono costituite da due componenti principali: un tessuto ricco
di lipidi e uno sclerotico ricco di collagene. Le placche sclerotiche sono da
considerarsi meno a rischio in quanto sono le più stabili; al contrario la
componente “molle” ateromatosa dà instabilità alla placca e la rende più
friabile e quindi più a rischio d’eventi trombotici. In questi meccanismi è
stato ampiamente dimostrato il ruolo delle Metalloproteinasi, in quanto enzimi
deputati alla riorganizzazione delle placche stesse.
Recentemente, nella zona del
promotore (in posizione -1171)del
gene MMP3, un membro della famiglia delle MMP, è stato individuato un
polimorfismo (5A>6A) che influenza
l’attività enzimatica di MMP3. L’allele 5A determina una maggiore attività
ed è stato associato con un rischio maggiore di infarto al miocardio, mentre
l’allele 6A determina una ridotta attività dell’enzima e costituisce un
marker di rischio per la stenosi arteriosa. Per questo polimorfimo, gli esperti
suggeriscono che il genotipo ottimale sia una eterozigoti per gli alleli
(5A/6A). Ye
(1996) J Biol Chem271(22):13055-60
Ossido sintetasi endoteliale (eNOS): polimorfismi -786 T>C, Glu298Asp
e VNTR introne 4
Nel sistema vascolare, l’ossido
nitrico (NO) esercita un ruolo importante producendo vasodilatazione, regolando
il flusso sanguigno e la pressione arteriosa, e conferendo tromboresistenza e
proprietà protettive all’endotelio dei vasi sanguigni. La vasodilatazione
endotelio-dipendente è mediata dal rilascio di NO prodotto dall’ossido
sintetasi endoteliale (eNOS). Una ridotta sintesi di NO o nella sua minore
bio-disponibilità potrebbe essere la causa della ridotta vasodilatazione
endotelio-dipendente che si osserva nei vasi sanguigni di soggetti fattori di
rischio cardiovascolari, quali fumatori attivi e passivi, pazienti con
ipertensione o ipercolesterolemia. La mancanza di effetti NO-mediati può
inoltre predisporre allo sviluppo di arteriosclerosi.
Il
polimorfismo -786 T>C della regione promotore del gene codificante
ossido sintetasi endoteliale (NOS3) riduce la sintesi di NO endoteliale,
suggerendo che i portatori di tale variazione nucleotidica sono predisposti
all’insorgenza di patologie coronariche. Ma l’indicazione più importante è
data dal fatto che questa riduzione è esacerbata dal fumo di sigaretta.
La
variante missense Glu298Asp, presente a livello dell’esone 7 del gene NOS3, agirebbe
in sinergia con il polimorfismo della regione promotore, aumentando
ulteriormente il rischio di patologie coronariche.
Un
raro polimorfismo VNTR localizzato a livello dell’introne 4 del gene NOS3 (Ins>Del
Introne 4) rappresenta un fattore di rischio di infarto al miocardio (MI).
La frequenza di questa variante si è mostrata significativamente più elevata
(di circa 7 volte) in pazienti con MI senza conosciuti fattori di rischio
secondari. Questa variante è stata inoltre associata con stenosi arteriosa,
specialmente in associazione con il tradizionale fattore di rischio del fumo di
sigaretta. Yoshimura
(1998) Hum Genet 103, 65;
Nakayama
(1999) Circulation 99, 2864; Wang
(1996) Nat Med;2:41-45.
PARAOXONASI 1 (PON1):
polimorfismo Gln192Arg
La Paraoxonasi è
una glicoproteina calcio-dipendente, che circola nelle lipoproteine ad alta
densità (HDL), in grado di prevenire la perossidazione delle lipoproteine a
bassa densità (LDL) e di contrastare pertanto il processo ateromasico. Il gene
PON1, codificante tale proteina, appartiene ad una famiglia multigenica insieme
ad altri due geni PON-simili, denominati PON2 e PON3, tutti localizzati sul
braccio lungo del cromosoma 7. Sono noti diversi polimorfismi del cluster dei
geni PON: il polimorfismo Gln192Arg nel gene PON1; è stato associato a
rischio cardiovascolare, in quanto favorenti il processo aterosclerotico. Ranade
(2005) Stroke. 36(11):2346-50.
STEROL REGULATORY ELEMENT BINDING TRANSCRIPTION FACTOR 2 (SREBF2):
polimorfismo Gly595Ala
La famiglia delle SREBP ha un
ruolo importante nella regolazione del metabolismo cellulare del colesterolo e
degli acidi grassi. Un membro di questa famiglia, il SREBF2, esercita un ruolo
chiave nell’omeostasi del colesterolo, attivando l’assorbimento di
colesterolo plasmatici mediato dal recettore dell’LDL. Un polimorfismo SNP del
gene SREBF2, Gly595Ala, che causa una variazione aminoacidica Gly>Ala a
livello del codone 595, è associato ad ipercolesterolemia.
Durst
(2006) Atherosclerosis. Dec;189(2):443-50.
L’obesità è una malattia complessa dovuta a fattori genetici,
ambientali ed individuali con conseguente alterazione del bilancio energetico ed
accumulo eccessivo di tessuto adiposo nell’organismo. Studi su famiglie hanno
sempre sostenuto l’ipotesi di un’influenza genetica, responsabile delle
cosiddette anomalie metaboliche che faciliterebbero l’insorgenza dell’obesità
in presenza di alta disponibilità di alimenti e cronico sedentarismo.
L’obesità rappresenta un importante fattore di rischio per l’insorgenza di
malattie cardiovascolari.
Recettore adrenergico
alfa 2B: mutazione Ins>Del Codon 299
I recettori adrenergici alfa2
influenzano il metabolismo energetico attraverso l’inibizione della secrezione
di insulina e la lipolisi. Il gene codificate per il recettore adrenergico
Alfa2B (ADRA2B) presenta un
polimorfismo Ins>Del Codon 299. La variante Del Codon 299 è molto comune nei
caucasici (circa il 31%) ed è stata associate in vivo con una ridotta
dilatazione delle arterie brachiali e con un ridotto flusso delle arterie
coronariche. Inoltre si pensa che tale variante incida sul metabolismo basale e
contribuisca all’obesità. Heinonen
(1999) J Clin Endocrinol Metab. 84(7):2429-33
Recettore
adrenergico Beta 1 (ADRB1): polimorfismo
Gly389Arg
I
recettori adrenergici beta 1 sono i principali recettori cardiaci per
Nor-Epinefrina ed Epinefrina, che rappresentano il più importante meccanismo
mediante il quale il flusso sanguigno è aumentato ad opera del sistema nervoso
simpatico. Il gene ADRB1, codificante per il recettore adrenergico B1. presenta
un polimorfismo, Gly389Arg, consistente nella variazione aminoacidica Gly ”“ Arg a
livello del codone 389. La variante Arg389 è associate ad una migliore funzione
recettoriale. Tale variante sembra predisporre ad infarto ed influenzare la
risposta terapeutica al trattamento con Beta bloccanti. La variante Arg389 è
inoltre associata ad ipertensione. Mason
1999 J Biol Chem. Apr 30;274(18):12670-4; Iwai
C, Am Heart J. 2003 Jul;146(1):106-9
Recettore adrenergico
Beta 2 (ADRB2): polimorfismi Gly16Arg e Gln27Glu
L’allele Arg16
del gene ADRB2 determina un miglioramento della sensibilizzazione del recettore
ed è stato associato ad ipertensione. La contemporanea presenza delle varianti
Arg16-Gln27 dell’ ADRB2 comporta
una ridotta vasodilatazione mediata dal recettore adrenergico Beta 2. La
variante Glu27 è associata ad un
incremento dell’attività del recettore, con conseguente obesità e patologie
metaboliche. Large
1997 J Clin Invest.100(12):3005-13.
Recettore
adrenergico Beta 3 (ADRB3): polimorfismo Trp64Arg
Sulla base del
suo ruolo biologico nel metabolismo dei lipidi, si pensa che il recettore
adrenergico Beta 3 sia uno dei geni che influenza l’accumulo del grasso nel
corpo. Una mutazione missense a livello del codone 64 del gene ADRB3 è stata
associata con un aumento del body mass index (BMI). Kadowaki
1995 Biochem Biophys Res Commun. 215:555-60.
NEUROPEPTIDE
Y: polimorfismo Leu7Pro
Il
Neuropeptide Y (NPY) esercita un ruolo importante nella regolazione del
bilanciamento energetico, mediando la stimolazione all’assunzione di cibo e
l’accumulo energetico. Tra le molteplici azioni del NPY vengono anche
ricompresse vasocostrizione, regolazione della pressione sanguigna, metabolismo
del colesterolo e patogenesi dell’arteriosclerosi.
Un
raro polimorfismo del gene codificante per NPY, Leu7Pro,
è stato associato ad elevate quantità di colesterolo totale e LDL,
specialmente nei pazienti con obesità. Tale polimorfismo, inoltre, è un marker
per il rischio di ipertensione ed arteriosclerosi. Karvonen
1998 Nat Med. Dec;4(12):1434-7.
Recettore attivato dai proliferatori dei perossisomi - gamma (PPARG):
polimorfismo Pro12Ala
PPAR-gamma (PPARG) è un recettore che notoriamente svolge un ruolo importante
nella stimolazione del processo naturale del corpo alla base della regolazione
del metabolismo lipidico e dei carboidrati, aumentando la sensibilità
all’insulina. L’elevata pressione arteriosa, le anomalie lipidiche, la
resistenza all’insulina e l’obesità centrale sono le componenti principali
della sindrome metabolica, che comunemente prelude alla patologia
cardiovascolare ed al diabete di tipo 2. La caratteristica della sindrome
metabolica è quella di riunire i maggiori fattori di rischio cardiovascolare
compreso l’obesità centrale, la resistenza all’insulina, la pressione
arteriosa elevata e le anomalie dei lipidi nel sangue. Quasi un quarto della
popolazione mondiale è affetto da sindrome metabolica. Fino ad un massimo
dell’80% dei quasi 200 milioni di adulti nel mondo colpiti da diabete decedono
a causa di patologie cardiovascolari. Le persone affette da sindrome metabolica
sono maggiormente a rischio rispetto alle altre in quanto hanno il doppio delle
probabilità di morire per attacco cardiaco ed il triplo delle probabilità di
morire per ictus.
Alcuni studi supportano un ruolo
benefico del polimorfismo Pro12Ala,
che è associato con una ridotta trascrizione del gene PPARgamma2. Tale
polimorfismo, inoltre, è associato con una diminuzione del body mass index (BMI),
riduzione dei livelli di insulina, aumento dei livelli di HDL e migliorata
sensibilità all’insulina. Quindi, il polimorfismo Pro12Ala diminuisce il
rischio diabete mellito di tipo II.
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Metabolismo
dell’Omocisteina
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Negli ultimi anni si vanno accumulando sempre maggiori evidenze
scientifiche su come livelli clinicamente aumentati di omocisteina rappresentino
un nuovo fattore indipendente di rischio cardiovascolare che si può affiancare
agli altri fattori di rischio tradizionali o che può potenziarne gli effetti
deleteri sulla parete arteriosa. Il fumo di sigaretta e l’apporto dietetico di
folati e vitamina B12 sono tra i principali determinanti delle concentrazioni
plasmatiche di omocisteina. L’omocisteina sembrerebbe indurre il danno
vascolare interferendo con la produzione di acido nitrico da parte
dell’endotelio, determinando iperplasia delle cellule muscolari lisce e
aumentando la produzione di radicali liberi con conseguente danno ossidativo e
perossidazione lipidica (così favorendo la formazione della placca
aterosclerotica), nonché interferendo con la funzione piastrinica e
incrementando la tendenza alla trombosi. L’iperomocisteinemia riveste,
inoltre, importanti implicazioni nella riproduzione umana connesse al momento
concezionale (aborti ripetuti), allo stato gravidico (patologie
vasculodipendenti quali preeclampsia, difetto di crescita fetale, distacco di
placenta) e alla menopausa.
Cistationina Beta Sintetasi (CBS): polimorfismi C699T e T1080C
La CBS è un enzima necessario per convertire l’omocisteina in
Cistatione. Tale enzima riduce i livelli di omocisteina. E’ stato dimostrato
che due polimorfismi del gene CBS (C699T
e T1080C) determinano un aumento dell’attività dell’enzima,
riducendo la quantità di omocisteina nel sangue. Tali polimorfismi sono
associati con un rischio ridotto di insorgenza di patologie coronariche.
MTHFR (Metilentetraidrofolatoreduttasi): polimorfismi C677T e
A1298C
La metilentetraidrofolatoreduttasi (MTHFR) è un enzima
coinvolto nella trasformazione del 5-10 metilentetraidrofolato in 5
metiltetraidrofolato che serve come donatore di metili per la rimetilazione
della omocisteina a metionina tramite l'intervento della vitamina B12.
Rare mutazioni
( trasmesse con modalità autosomica recessiva) possono causare la
deficienza grave di MTHFR con attività enzimatica inferiore al 20% e comparsa
di omocisteinemia ed omocistinuria e bassi livelli plasmatici di acido folico.
La sintomatologia clinica è grave con ritardo dello sviluppo psico-motorio e
massivi fenomeni trombotici.
Accanto alla deficienza grave di
MTHFR è stato identificato un polimorfismo genetico comune, dovuto alla
sostituzione di una C (citosina) in T (timina) al
nucleotide 677 (C677T), che causa una sostituzione di una alanina
in valina nella proteina finale ed una riduzione dell'attività
enzimatica della MTHFR pari al 50% ,fino al 30% in condizioni di esposizione al
calore (variante termolabile).Tale variante comporta livelli elevati nel sangue
di omocisteina specie dopo carico orale di metionina. Questo polimorfismo,
tuttavia, non ha conseguenze sui livelli di omocisteina se il contenuto di
folati della dieta è elevato, ma si associa a iperomocisteinemia se il
contenuto di acido folico della dieta è scarso. Allo stesso modo i soggetti
portatori della variante 677CT sono anche quelli che rispondono meglio quando
sottoposti a una supplementazione della dieta con folati.
La frequenza
genica in Europa della mutazione è del 3-3,7% che comporta una
condizione di eterozigosi in circa il 42-46% della popolazione e
di omozigosi pari al 12-13%. Recentemente, una seconda mutazione
del gene MTHFR (A1298C) è stata associata ad una ridotta attività
enzimatica (circa il 60% singolarmente; circa il 40% se presente in associazione
alla mutazione C677T). Questa mutazione, in pazienti portatori della mutazione
C677T, determina un'aumento dei livelli ematici di omocisteina.
Livelli
aumentati di omocisteina nel sangue sono oggi considerati fattore di
rischio per malattia vascolare, (trombosi arteriosa) forse attraverso un
meccanismo mediato dai gruppi sulfidrilici sulla parete endoteliale dei vasi.
Inoltre in condizioni di carenza alimentare di acido folico la variante
termolabile della MTHFR porta a livelli molto bassi l'acido folico nel
plasma ed è pertanto un fattore di rischio per i difetti del tubo neurale nelle
donne in gravidanza. Frosst
et al. (1995) Nature Genet. 10: 111-113;
Van
der Put et al. (1998) Am. J. Hum. Genet. 62: 1044-1051.
Metionina sintetasi gene (MTR): polimorfismo A2756G
Il gene MTR codifica per un enzima che è coinvolto nella conversione
dell’omocisteina in metionina. Il polimorfismo A2756G aumenta l’attività di
questo enzima, incidendo sui livelli ematici di folato ed omocisteina. Ridotti
livelli di omocisteina riducono il rischio di insorgenza di patologie
cardiovascolari. Inoltre, è stato dimostrato che la presenza del polimorfismo
A2756G determina una diminuzione delle probabilità di difetti del tubo neurale
durante la gravidanza ed un rischio diminuito di trombosi venosa. Leclerc
(1966) Hum. Molec. Genet. 5: 1867-1874
Metionina sintetasi reduttasi (MS_MTRR): polimorfismo A66G
La Metionina sintetasi reduttasi è un enzima necessario per la
formazione di un derivato della vitamina B12. Tale enzima è indispensabile per
mantenere un adeguata quantità di vitamina B12 cellulare, metionina
e folato, e per mantenere bassi i livelli di omocisteina. Il polimorfismo
A66G è associato con un aumento del rischio di malattie cardiovascolari,
indipendenti dai livelli di omocisteina. E’ stato inoltre dimostrato che tale
polimorfismo aumenti il rischio di difetti del tubo neurale, spina bifida e
sindrome di Down durante la gravidanza. Brown
(2000) J Cardiovasc Risk 7, 197
È noto da molti anni che la deposizione di grassi derivati dal
colesterolo nella parete dei vasi induce un’attivazione di cellule normalmente
presenti in questa zona dei vasi denominati macrofagi.
Il macrofago dopo ingestione di questo materiale viene attivato e induce
un’anomala risposta infiammatoria nella parete del vaso che col tempo porta
alla formazione della placca aterosclerotica e alle alterazioni vasali tipiche
dell’aterosclerosi. Quindi componenti e fattori
ad attività regolatoria sulla risposta infiammatoria giocano un ruolo
importante nello sviluppo e nella manifestazione clinica delle complicanza
dell’aterosclerosi, quali l’infarto del miocardio.
Interleuchina-1B (IL-1B):
polimorfismo -511 C-T
Il gene dell’ interleuchina-1
(IL-1) è situato sul cromosoma 2
dove è presente un aggregato di geni che codifica sia per l’IL-1b, IL-1a che
e per il recettore di queste due molecole. L’IL-1 è una citochina
pluripotente, cioè capace di svolgere e regolare molte funzioni immunitarie ed
è sopratutto coinvolta nell’attivazione delle risposte infiammatorie.
L’IL-1b in particolare viene anche rilasciata nel torrente circolatorio
esercitando ance azioni diffuse nell’organismo. Infatti, è uno dei fattori
capace di indurre febbre, sonno, anoressia e ipotensione. Questa interleuchina
è importante nella patogenesi dell’infarto del miocardio in quanto stimola
macrofagi e cellule endoteliali a rilasciare
il fattore tissutale (TF), potente induttore dei trombi. Il polimorfismo
presente sul promotore dell’IL-1b in posizione -511
consiste nella sostituzione di una C (citosina) con una T (timina). La presenza
dell’allele T in concomitanza con determinati alleli di altri polimorfismi su
altri geni aumenta il rischio di sviluppare la malattia, pertanto i soggetti
portatori di tale genotipo, soprattuto quando presente insieme ad altri
genotipi, hanno maggiori probabilità di avere l’infarto del miocardio
rispetto ai non portatori. Invece, nei soggetti con polimorfismo IL-1 beta protettivo la
coagulazione del sangue viene indotta in misura molto minore, riducendo in tal
modo la probabilita' di essere esposti al rischio di infarto o di ictus. Mattila
(2002) J Med Genet 39, 400
Interleuchina-6 (IL-6):
mutazioni G-634C e G-174C
Il gene dell’ interleuchina-6
(IL-6) è situato sul cromosoma 7
e codifica per l’omonima proteina. L’IL-6 è una citochina pleiotropica, in
grado di svolgere molte funzioni; generalmente ha azione
pro-infiammatoria, quindi induce le risposte infiammatorie.
L’IL-6 è coinvolta nella regolazione della risposta infiammatoria sia
acuta che cronica e nella modulazione delle risposte immunitarie specifiche. È
ormai noto che l’infiammazione ha un ruolo principale nella patogenesi dell’aterosclerosi
poiché le placche aterosclerotiche e le lesioni associate presentano un
infiltrato di cellule immunitarie attivate e una aumentata sintesi di molecole
infiammatorie. A questo proposito l’IL-6 è stata una delle prime citochine
studiate nelle malattie cardiovascolari in quanto promuove la formazione degli
ateromi, dislipidemia e ipertensione. Vari studi che hanno seguito popolazioni
nel tempo hanno proposto di usare il livello plasmatico di questa proteina come
marcatore predittivo dell’infarto. Infatti
è stato osservato che i livelli ematici della IL-6 aumentavano molto tempo
prima della manifestazione clinica dell’infarto e correlavano con
l’incidenza della malattia. Il gene dell’IL-6 contiene vari polimorfismi fra
cui uno presente nel promotore in posizione -174 che consiste nella sostituzione di una G (guanina) con una C (citosina),
ed un altro presente in posizione -634,
anche questo caratterizzato dalla sostituzione di una G con una C. Da
studi condotti su un gruppo di pazienti con infarto al miocardio e su un gruppo
di soggetti sani senza patologie cardiovascolari è emerso che questi
polimorfismi rappresentano un fattore di rischio per l’infarto. Ovvero i
portatori dell’allele mutato C hanno una probabilità maggiore di essere
colpiti da tale patologia rispetto ai non portatori. Inoltre la presenza di
questi alleli correla anche con maggiori livelli plasmatici di IL-6. Fishman
(1998) J Clin Invest 102, 1369
Interleuchina-10 (IL-10):
mutazione G-1082A
L’ interleuchina 10 (IL-10)
è un gene situato sul cromosoma 1 e codifica per l’omonima proteina. È una
molecola antinfiammatoria ovvero inibisce il rilascio delle citochine
pro-infiammatorie durante lo sviluppo delle risposte infiammatorie. Viene
secreta dai linfociti T, monociti e macrofagi. Questa molecola regola le
risposte infiammatorie ed ha attività immunosoppressiva. Dato che la presenza
di una risposta infiammatoria mal controllata
promuove le malattie cardiovascolari, l’IL-10, avendo una azione
immunosoppressiva, assume un ruolo importante e protettivo nella patogenesi
delle malattie cardiocircolatorie. Molti studi hanno studiato il polimorfismo
presente nella regione promotore del gene dell’IL-10 in posizione -1082.
Tale polimorfismo consiste nella sostituzione di una G (guanina) con una A (adenina).
È utile ricordare che studi in vitro hanno suggerito che la presenza dell’allele
A è associata ad una minor produzione della molecola di IL-10. E emerso che la
presenza del genotipo AA aumenta il
rischio di sviluppare infarto al miocardio, in altre parole i portatori di tale
genotipo hanno un rischio maggiore di sviluppare patologie cardiovascolari
rispetto ai non portatori. Murakozy
(2001) J Mol Med 79, 665
Fattore di necrosi tumorale
alfa (TNFα): polimorfismo -308 G-A
Il gene fattore di necrosi tumorale alfa (TNFα) è situato sul cromosoma 6 e codifica per l’omonima
proteina. Il TNFα è una citochina pro-infiammatoria pleiotropica cioè in
grado di svolgere numerose funzione di regolazione sulle risposte immunitarie.
IL TNFα è anche un importante mediatore delle risposte infiammatorie sia
acute che croniche. La concentrazione del TNFα
aumenta durante i danni vascolari prodotti dalla formazione di trombi
Questo fattore promuove le cellule endoteliali danneggiate stimolandole a
produrre le molecole di adesione. Quindi
favorendo l’adesione alle cellule endoteliali il TNFα si comporta come un
fattore promuovente l’aterogenesi e il danno vascolare causa
dell’infarto. Il gene del TNFα ha vari siti polimorfici, tra cui un
polimorfismo presente nella regione promotrice del gene in posizione -308.
Questo polimorfismo consiste di una sostituzione di una G (guanina) con una A (adenina).
Studi in vitro hanno messo in evidenza che la presenza dell’allele A è
associata ad una maggiore produzione della molecola stessa. I nostri studi di
fisiopatologia clinica hanno indicato che questo polimorfismo risultava essere
un marcatore per le malattie cardiovascolari. Analizzando i dati ottenuti
genotipizzando un gruppo di pazienti con infarto al miocardio e relativo gruppo
di controllo, si può affermare che questo genotipo risulta essere un marcatore
di rischio di infarto al miocardio. Herrmann
Eur
J Clin Invest. 1998 Jan;28(1):59-66
|
Attività
antiossidante e DETOSSIFICAZIONE
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L’attività antiossidante aiuta a combattere i danni causati
dai radicali liberi, (RL) che rappresentano lo scarto delle reazioni del
metabolismo umano. I RL sono praticamente il prodotto della biotrasformazione
metabolica che il nostro organismo pratica attraverso l'elaborazione degli
alimenti che quotidianamente mangiamo. Tali molecole RL sono altamente reattive
e possono indurre un invecchiamento precoce dei tessuti, dalla pelle agli organi
interni, delle vene e arterie, malattie cardiovascolari come ictus e infarto
cardiaco, fino a malattie altamente degenerative come alcuni tipi di tumore.
Alcuni polimorfismi presenti in geni specifici
possono alterare la produzione e la funzione degli enzimi antiossidanti.
Superossido dismutasi manganese dipendente (MnSOD): polimorfismi C(-28)T e
T175C
La superossido dismutasi
manganese dipendente (MnSOD), un
enzima antiossidante mitocondriale che catalizza la conversione dei radicali
superossido in idrogeno perossido. L’ MnSOD è codificata dal gene SOD2
localizzato al locus 6q25. Il gene presenta due polimorfismi, C(-28)T e T175C:
il polimorfismo C(-28)T influenza la
distribuzione intracellulare dell’enzima, prevenendo l’ingresso di quest’ultimo
all’interno dei mitocondri. Tale polimorfismo è stato associato ad un rischio
maggiore di sviluppo di alcune patologie, in particolare quelle cardiovascolari.
Tuttavia è l’assenza del polimorfismo, e non la sua presenza, a favorire lo
sviluppo di tali patologie. L’effetto favorevole della presenza di tale
polimorfismo è dovuto al fatto che l’enzima rimane funzionale, ma distribuito
all’interno della cellula invece che essere concentrato nei mitocondri. Il
rischio di insorgenza delle suddette patologie diminuisce con una maggiore
introduzione con la dieta di cibi ricchi di antiossidanti. Il polimorfismo T175C,
invece, riduce la stabilità dell’enzima attivo di circa 3 volte.
Superossido Dismutasi (SOD3): polimorfismo C760G
Il SOD3 è il principale enzima
antiossidante delle pareti dei vasi sanguigni. I livelli più elevati di SOD3
sono riscontrati nel cuore, nella placenta, nel pancreas e nei polmoni. Moderati
livelli di SOD3 sono anche riscontrabili nei reni, muscoli e fegato. E’ stato
dimostrato che il polimorfismo C760G
determina il rilascio dell’enzima SOD3 dalle pareti dei vasi nel sangue ed è
associate ad una riduzione dell’attività antiossidante tissutale. Ciò può
contribuire allo sviluppo di patologie coronariche. Sandstrom,
1994, J. Biol. Chem. 269: 19163-19166
Glutatione
S-transferasi
Le
glutatione S-transferasi (GSTs) sono una famiglia di isoenzimi detossificanti
che catalizzano la coniugazione di varie molecole tossiche con il glutatione
rendendole meno reattive e più facilmente eliminabili dall’organismo. Tali
enzimi sono codificati da geni polimorfici comprendente 5 classi: alpha, Pi,
Mu, Theta
e Zeta.
Glutatione S-transferasi P1 (GSTP1): polimorfismi I105V e A114V
Recentemente, due comune
polimorfismi del gene GSTP1 sono
stati associati ad una consistente diminuizione dell’ attività dell’enzima.
Uno di questi polimorfismi, I105V, è
caratterizzato da una singola sostituzione A>G a livello del nucleotide 313 e
determina a livello della proteina una sostituzione aminoacidica alanina>valina
in posizione 105; l’altro polimorfismo, A114V,
è caratterizzato da una singola sostituzione C>T a livello del
nucleotide 341 e determina a livello della proteina una sostituzione
aminoacidica isoleucina>valina in posizione 114. La variante GSTP1 105Val ha una frequenza del 33% tra la popolazione
Caucasica con un 14% di omozigoti.
Glutatione S-transferasi mu, M1 (GSTM1): delezione del gene
Questo polimorfismo,
caratterizzato dalla delezione della maggior parte della regione codificante del
gene, determina una perdita di funzionalità dell’enzima.
Glutatione S-transferasi theta, T1 (GSTT1): delezione del gene
Questo polimorfismo,
caratterizzato dalla delezione della maggior parte della regione codificante del
gene, determina una perdita di funzionalità dell’enzima. E’ stato inoltre
associato con un aumentato rischio di tumore ai polmoni, laringe, vescica,
prostata e tumore della cervice uterina.
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metabolismo osseo e osteoporosi
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L'osteoporosi rappresenta la più frequente malattia metabolica dello
scheletro, caratterizzata da una riduzione della massa ossea e da una
alterazione della microarchitettura cui consegue un aumento della fragilità e
della suscettibilità alle fratture.
Già da parecchio tempo è stata
verificata una familiarità per l'osteoporosi, tuttavia solo negli ultimi anni
sono iniziati studi volti a identificare e caratterizzare le componenti
genetiche di tale malattia. Il picco di massa ossea che si osserva tra i
20 e 30 anni di età è determinato in gran parte da fattori genetici come pure
la velocità con cui si riduce la massa ossea in seguito alla menopausa o
all'invecchiamento. Inoltre durante la vita si possono accumulare fattori di
rischio ambientali che possono risultare determinanti per l'insorgere della
malattia.
Dunque la patogenesi
dell'osteoporosi è il risultato di complesse interazioni fra predisposizione
genetica e fattori di rischio ambientali. I fattori genetici giocano un ruolo
importante nella patogenesi dell’osteoporosi e sono rappresentati dal pool di
geni che regolano l’espressione dei caratteri legati allo sviluppo della
patologia (massa e microarchitettura ossea). I fattori ambientali comprendono
abitudini alimentari (introito di calcio e vitamina D), consumo di alcool,
tabacco e caffè, attività fisica, assunzione di farmaci che interferiscono con
il metabolismo fosfo-calcico ed esercitano soprattutto un effetto selettivo
sulle caratteristiche genetiche dell’individuo. Infatti, nonostante siano
evidenti diverse influenze ambientali su determinazione e mantenimento della
densità minerale ossea (BMD), studi su gemelli e famiglie osteoporotiche
indicano che il contributo genetico alla patogenesi dell’osteoporosi è
responsabile del 75-85% della variabilità interindividuale della BMD.
Polimorfismi genetici
associabili all'osteoporosi
La caratterizzazione dei
marcatori genetici legati all'ereditarietà di una bassa densità minerale ossea
potrebbe permettere di identificare precocemente gli individui suscettibili a
sviluppare osteoporosi. In questo modo si potrebbe attivare una prevenzione
mirata con terapie specifiche e modifiche allo stile di vita, tali da ridurre al
massimo il rischio ambientale negli individui geneticamente predisposti a
sviluppare la malattia.
Dal 1995 ad oggi sono stati
iniziati diversi studi atti ad identificare e caratterizzare polimorfismi in
diversi geni correlati al metabolismo osseo: tali analisi hanno lo scopo di
evidenziare correlazioni tra la presenza di una determinata variante allelica e
una situazione di ridotta densità di massa ossea. Diversi polimorfismi sono
stati sino ad ora identificati ed analizzati: all'interno dei geni che
codificano per il recettore della
vitamina D (VDR), Collagene
IA1 (COLIA1), recettore della
calcitonina (CTR) e recettore
degli estrogeni (ESR). I
risultati ottenuti da questi studi permettono di affermare che l'osteoporosi è
una malattia poligenica, quindi una determinazione più certa della
predisposizione alla malattia richiede l'analisi dei diversi polimorfismi.
Recettore della Vitamina D (VDR):
polimorfismi Fok1, BsmI,
e TaqI
La Vitamina D promuove l’assorbimento intestinale e
renale del calcio ed è indispensabile per lo sviluppo ed il mantenimento della
massa ossea. La vitamina D è anche coinvolta nei processi di controllo della
proliferazione e della differenziazione cellulare, nonchè nella
immuno-modulazione. Nel sistema immunitario, ad esempio, la vitamina D promuove
la differenziazione dei monociti ed inibisce la proliferazione dei linfociti
attraverso l’increzione di citochine come IL-2 , l’IL12 e l’ interferon
”“γ. In alcuni tipi di cellule di carcinoma, la vitamina D ha dimostrato
un’attività antiproliferativa.
Gli effetti della Vitamina D sono mediati dal suo recettore
nucleare (VDR), che forma un
complesso eterodimerico con il recettore dell’acido retinoico ed interagisce
con i fattori di trascrizione. VDR (12q12-14) codifica per una proteina di 427
aminoacidi (aa), che regola il trasporto e l’omeostasi del calcio ed è stato
proposto come il locus a maggior effetto genetico sulla BMD negli studi di
associazione. Sono presenti diversi siti polimorfici nella regione 3’ del gene
umano VDR identificati dalle endonucleasi di restrizione TaqI e BsmI, ed un’altra
variante polimorfica, riconosciuta da FokI,
a livello del presunto codone di inizio della trascrizione nell’esone 2. Gli
alleli vengono rispettivamente chiamati T-t, B-b e F-f: le lettere minuscole
identificano la presenza del sito di restrizione e le lettere maiuscole indicano
l’assenza di tale sito. Tali polimorfismi possono condizionare la risposta a
vari componenti dietetici con possibili rischi di sviluppo di patologia.
È ormai ampiamente dimostrato un coinvolgimento funzionale
degli alleli del VDR nell’omeostasi del calcio e nella mineralizzazione
dell’osso. Gli studi iniziali hanno consentito di riscontrare l’interazione
tra il gene del VDR, l’assorbimento di calcio e i livelli di calcio nella
dieta. Le variazioni alleliche del gene VDR spiegano per il 70% gli effetti
genetici sulla densità ossea.
Il polimorfismo Fok1 consiste in una sostituzione nucleotidica
T-C a livello del codone di inizio della traduzione del gene VDR (ATG®ACG).
Tale polimorfismo determina la traslazione di tre aminoacidi dal sito d'inizio
della traduzione del gene con conseguente alterazione della relativa proteina,
mancante di tre aminoacidi. Il nucleotide T viene anche definito allele
f, mentre il nucleotide C viene definito allele F. La combinazioni di questi alleli puo produrre i
genotipi ff (TT), Ff
(CT) e FF (CC). Il genotipo FF (forma corta) provoca un aumento
dell’attivazione della trascrizione. Il genotipo ff è stato associato ad una
bassa BMD lombare in donne Ispano-Americane in età postmenopausale, Giapponesi,
Nordamericane e Italiane.
Anche i fattori ambientali, come
l’assunzione di calcio giornaliero, possono modulare gli effetti dei genotipi
di FokI sulla BMD. I risultati
ottenuti da tutti questi studi di associazione mostrano come i polimorfismi di
VDR da soli non siano marcatori genetici utili per assegnare il rischio di
Osteoporosi, sebbene risultino molto utili per spiegare la variabilità della
BMD osservata nella popolazione.
Il polimorfismo BsmI,
localizzato nell’introne 8 del gene VDR e consistente in una variazione
nucleotidica A-G, è associato invece alla variazione della stabilità del
trascritto e ad una diminuzione dei valore della BMD. Il nucleotide A viene
anche definito allele B, mentre il nucleotide G viene definito allele
b. La combinazioni di questi alleli puo produrre i genotipi BB
(AA), Bb (AG) e bb (GG).I valori
di densità più elevati sono risultati a carico dell’allele b, mentre il meno
frequente allele B è risultato associato con valori di BMD inferiori. Quindi il
genotipo BB predisporrebbe ad un
basso livello di massa ossea. Inoltre, alcuni studi hanno dimostrato che il
genotipo BB predispone ad un ridotto assorbimento di calcio a livello
intestinale.
Il polimorfismo TaqI,
localizzato nell’esone 9 del gene VDR, a livello del codone 352, consiste in
una variazione nucleotidica T-C. . Il nucleotide T viene anche definito allele
T, mentre il nucleotide C viene definito allele t. La combinazioni
di questi alleli puo produrre i genotipi TT
(TT), Tt (TC) e tt (CC).Tale polimorfismo è stato associato ad un aumento del
turnover delle cellule ossee con conseguente aumento del rischio di una ridotta
BMD ed osteoporosi.
Diverse altre patologie sono
state correlate alla associazione con i suddetti polimorfismi
nel gene VDR, tali da poter influenzare l’espressione o la funzione della
proteina. In particolare, tali polimorfismi (Fok1, BsmI, e TaqI),
possono condizionare la risposta a vari componenti dietetici con possibili
rischi di sviluppo di patologia. In letteratura sono noti alcuni lavori che
correlano l’associazione del polimorfismo VDR Fok1 con il genotipo FF,
con il rischio di sviluppo del carcinoma del colon, in rapporto
all’apporto di calcio e grasso nell’alimentazione. In particolare, è stato
evidenziato come, sebbene il calcio o il grasso alimentari non correlano
normalmente con il rischio di sviluppo di carcinoma del colon nei soggetti con
genotipo FF, in quelli con genotipo a combinazione allelica multipla ff/Ff, un
diminuito apporto del calcio o del grasso nell’alimentazione aumenterebbe tale
rischio. Per individui con genotipo ff e dieta povera di grasso e calcio, il
rischio di sviluppo del carcinoma del colon era di circa 2.5 volte
maggiore rispetto agli altri. Morrison
et al. (1994) 367(6460):284-7.
Arai
(1997) J Bone Miner Res 12, 915
Collagene di tipo I (COLIA1):
polimorfismo introne 1 2046G-T
Il collagene di tipo I è il è
il maggiore componente organico (90%) della matrice ossea. Nei soggetti
osteoporotici le catene collageniche sono normali, tuttavia è stato
identificato un polimorfismo nel sito regolatore del gene COLIA1 che sembra
essere più frequente rispetto ai controlli normali. Questo polimorfismo, che si
trova nel sito di legame per la trascrizione del fattore SP1 nel primo introne
del COLIA1, risulta associarsi non solo con la massa ossea ma anche con le
fratture osteoporotiche in diverse popolazioni caucasiche. Questo fa sì che il
COLIA1 acquisti particolare interesse, dal momento che l’associazione con le
fratture è più forte di quella tra genotipo e massa ossea. È da sottolineare
anche che questo polimorfismo è pressoché assente nelle popolazioni
dell’Asia e dell’Africa, dove peraltro più bassa è l’incidenza di
fratture osteoporotiche.
Diversi studi sul COLIA1
dimostrano che l’effetto genetico del COLIA1 è fortemente associato con i
valori di massa ossea ridotti e la relazione appare più stretta a livello della
colonna. In particolare l’allele T (s),
sia in eterozigosi G/T (Ss) che in omozigosi T/T (ss)appare
più frequente nei soggetti con osteoporosi grave associata alle fratture
vertebrali. Pertanto è stato suggerito che il COLIA1 possa predisporre alle
fratture influenzando altri determinanti del rischio fratturativo come la qualità
dell’osso o la geometria dello scheletro. Non è da escludere che i soggetti
più a rischio con genotipo ss abbiano un’alterata produzione di collageno con
conseguente riduzione del picco di massa ossea e probabilmente dello spessore
delle trabecole. L’ipotesi che il genotipo ss si associ a un’alterata
produzione del collageno risulta peraltro in accordo con precedenti dati
istomorfometrici secondo i quali i soggetti con fratture vertebrali hanno una
ridotta capacità di formazione ossea. Grant
(1996) Nat Genet 14, 203
Recettore della calcitonina
(CTR): polimorfismo PRO463LEU
Un altro gene più recentemente
studiato nell’osteoporosi è quello del recettore della calcitonina (CTR). La
calcitonina è un ormone implicato nel riassorbimento dell’osso e agisce
attraverso specifici recettori presenti in largo numero sugli osteoclasti. E’
stato identificato un polimorfismo del gene del CTR consistente in una
variazione nucleotidica C-T a livello del codone 463 (PRO463LEU).
Tale mutazione è stata associata, in condizioni di omozigosi
(genotipo TT, 463LEU)
a riduzione della massa ossea. Masi
(1998) Biochem Biophys Res Commun 248, 190
Recettore Estrogenico 1 (ESR1): polimorfismi PvuII (IVS1-397 T/C) e XbaI
(IVS1-351 A/G)
Gli estrogeni sono indispensabili per l’acquisizione del picco di
massa ossea in entrambi i sessi e per il suo mantenimento negli adulti.
Condizioni patologiche associate ad un deficit prematuro degli estrogeni
accelerano la perdita della massa ossea. Il deficit estrogenico è la causa
principale d’Osteoporosi postmenopausale e gioca un ruolo importante anche
nell’Osteoporosi senile, causando in entrambi i casi una maggiore incidenza di
fratture dovute alla fragilità delle ossa. Le due isoforme del recettore
estrogenico (ER-beta e ER-alpha) sono codificate da due geni diversi (ESR2 e
ESR1) con distribuzione tessuto
specifica e hanno capacità diverse nel legare il ligando (estrogeni ed
antiestrogeni) e nell’attivazione della trascrizione dei geni bersaglio.
Diverse osservazioni mostrano il coinvolgimento di questi recettori nella
determinazione della BMD in entrambi i sessi. Nel gene ESR1 (6q25) sono stati
descritti diversi polimorfismi, ma tutti gli studi di associazione si
focalizzano su 2 di essi, localizzati a livello delll’introne 1 (riconosciuti
da PvuII e XbaI
e chiamati rispettivamente P-p e X-x, in base alla presenza o assenza del sito
di restrizione).
Il polimorfismo PvuII
è localizzato nell’introne 1 del
gene ESR1 e consiste in una variazione nucleotidica T/C in posizione -397. Il
nucleotide T viene anche definito allele
p, mentre il nucleotide C viene definito allele P. La combinazioni di questi alleli puo produrre i
genotipi pp (TT), Pp
(CT) e PP (CC). Il genotipo PP è associato ad una disfunzione recettoriale
con ridotta risposta agli estrogeni endogeni, una BMD più bassa ed un maggiore
rischio di Osteoporosi.
Il polimorfismo XbaI
è localizzato
nell’introne 1 del gene ESR1 e consiste in una variazione nucleotidica A/G
in posizione -351. Il nucleotide A viene anche
definito allele x, mentre il nucleotide G viene definito allele
X. La combinazioni di questi alleli puo produrre i genotipi xx
(AA), Xx (GA) e XX (GG). E’
stata riscontrata un’associazione tra il genotipo
XX un maggiore rischio di
frattura attraverso un meccanismo BMD-indipendente.